ONIRICO

“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni …”AF75TDGIV
William Shakespeare

 Il poeta inglese Edward Young ci confida “Fabbrica troppo in basso chi fabbrica al di sotto delle stelle.”

L’anima umana coltiva una passione per la bellezza dell’ eccelso, del sacro, del giusto e, dentro le parole di Young e Shakespeare, queste qualità mi sbirciano eloquenti. Allora mi chiedo: il sogno ma che “roba” è?

La vita nella quale sono immerso nulla può garantirsi una sopravvivenza, breve o lunga che sia, senza avere il requisito di utilità. Allora anche il sogno serve, ha una funzione, un fine. E’ una cosa concreta, agisce sulla psiche, sull’ umore, sulla longevità della speranza, sull’ approviggionamento dell’energia e della voglia di fare, di realizzare: “Se puoi sognarlo puoi farlo!” diceva Walt Disney.

“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni …”, allora il sogno mi riguarda.

L’aria c’è, mi sostiene con la vita eppure non la posso acchiappare con le mani, ma non per questo la ignoro. Non posso anche volendo: morirei soffocato.

Così gli ho dato fiducia e il sogno mi sostenuto nel percorso di ciò che per me è importante. Certo, mi ricordo sempre di mettere un po’ di sale nella testa altrimenti l’aria mi porterebbe chi sa dove, ma senza, le mie vele sarebbero rimaste flaccide ed io sarei rimasto fermo. Il sogno per me è come l’altra metà: va amata.

Fino ad un certo punto della mia vita mi posso paragonare come a quella persona che è vissuto nella precarietà senza sapere che da lì a poco sarebbe arrivata l’eredità di un parente sconosciuto. Il sogno è un patrimonio per una persona come per un attore può esserlo il suggeritore: a volte determinante.

Mi piace il sogno.

“… ho coltivato la mia anima come un giardino d’amore, custodendo la terra soffice dei sogni per aiutare il germogliare dei semi della vita … ”


IL LUPO E IL CANE

Un Lupo già ridotto al lumicino grazie ai cani che stavan sempre all’erta, andando un dì per una via deserta incontrava un magnifico mastino, tanto grasso, tondo e bello, che pensò di dargli morte provocandolo in duello.

250px-Grandville_leLoup_Et_Le_ChienMa vedendolo un po’ forte, pensò invece con ragione di pigliarlo colle buone. Comincia in prima a rallegrarsi tanto di vedere il buon pro’ che gli fa il pane.

- E chi vi toglie, – rispondeva il Cane, – di fare, se vi accomoda, altrettanto? Quella vita che voi fate dentro ai boschi è vita infame sempre in guerra e sempre in scrupolo di dover morir di fame: vita stracciata e senza conclusione che non può mai contar sopra il boccone. Venite dietro a me, mio buon compare, che imparerete l’arte di star bene. Vi prometto pochissimo da fare; star di guardia, guardar chi va, chi viene, abbaiare ai pitocchi ed alla luna e sbasoffiare poi certi bocconi di carne e d’ossa, d’anitre e capponi, senza contar la broda in pagamento del menar la coda -.

Udendo questo, della sua fortuna il Lupo si rallegra fino al pianto. Ma camminando dell’amico accanto gli venne visto spelacchiato e frollo del buon mastino il collo.
- Che roba è questa? – È nulla. – È nulla un corno! – Suvvia non darti pena, forse il segno sarà della catena alla quale mi legano di giorno.
- Ti legano? – esclamò cangiando tono. – Né correre tu puoi dove ti piace? – Che importa? – Importa a me, colla tua pace; fossero d’oro, i piatti tuoi ti dono, non è una vita, no, che m’innamora -. E presa la rincorsa, corre ancora.

Jean de La Fontaine


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LA SPINTA

Scaccola

Volevo star meglio di come vivevo.

Mi lamentavo ma niente facevo:

Era d’agosto … osservarmi per migliorarmi?

Che caldo!

Allora rimandai all’inverno …

Madonna, che freddo!

Letizia mi suggerì: “a maggio!”

Ed io: “C’è Biaggio!” (e nel fienile quando sei in compagnia … meglio Biaggio.” – Genesi 24 )

“E allora d’autunno?” Risoluta mi disse Letizia. E mi spinse di cuore l’amica!

Così caddi matura dall’albero

sulla terra imbrunita …

Crakkete! …

Finalmente mi guardai confortandomi teneramente: “Di fuori io appaio una bionda, ma dentro non sapevo di essere rossa …

oddio che male alle ossa! … ”


GIOVANNA

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Amore caro, il lato destro del corpo lo sentivo appesantito. Quasi camminavo zoppicando. Eppure male non ne avevo. Guardo verso la tasca destra dei calzoni: gonfia come una tetta di mucca. Infilo la mano  tesa dentro  lo spacco  tipo “spiccio nella feritoia del parchimetro” e ne cavo fuori una grande palla di metallo: il mio mazzo di chiavi: “Ma che roba! Alla faccia del mazzo! Tiè guarda che dimensione! E’ una palla di cannone!  Ma perché non ti decidi a buttare le chiavi che non usi più” mi sono detta. Ma dal taschino sinistro della camicia che indossavo è uscita un’ altra me in miniatura, vestita da  Giovanna cavaliere medioevale: “Villana! Villica e grossolana! Ecco cosa siete, rozza e bestiale! Non vorrete liberarvi di quelle chiavi che conservano il ricordo dei luoghi che hanno serrato e aperto proteggendo il vostro mondo dall’ ignoto! La vostra ingratitudine è superata solo dalla vostra codardìa! Addio” Pof! Ed è sparita la Giovanna cavaliere del taschino.

Le sue accuse prima mi hanno provocato  le grinze nello stomaco, e poi mi hanno fatto pesare bene quel malloppo di chiavi di metallo. Chiavi lunghe, corte, una piccolissima con un dentino solo, alcune colorate, altre ancora  sbiadite e smussate in punte rotonde. Tutte con numeri o lettere in altorilievo e attaccate ad un anello di metallo che come tutti gli anelli delle promesse sacre, tiene insieme ciò che era separato. Soglie unite in un unico percorso di ingressi e distacchi da affetti e stagioni di vita. Porte serrate per non tornare. Persone alla porta che attendono un ritorno …

E già. Se fossi tornato amore mio per noi, avresti potuto aprire e vedere, tutto quello che, dal giorno della tua partenza ti eri perduto: suoni, immagini, clamori. Avresti potuto recuperare visitando con me quei  luoghi e quelle storie che ti eri perduto.  Ma tu non sei tornato indietro. Sei andato avanti. Hai fatto bene.

Adesso “ti raggiungo”. Ho buttato le chiavi che non aprono più. Sciocco amore mio, ora ti lascio anch’io …

Giovanna


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