IL RACCONTO DELL’ARIA

In un’antica città del passato, nel mar Mediterraneo

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Non distante da casa di ognuno di noi, c’era una città che aveva perso il proprio spirito.

Le ruote dei carri giravano sulle strade senza fermarsi mai; la gente correva dalla mattina alla sera tagliando l’aria come una spada, con la faccia inchiodata a terra; l’aria era resa pesante dall’olio fetido di certe fiammelle che restavano accese tutta la notte e che rilasciavano un fumo nero e pericoloso come il pungiglione dello scorpione.

Ma un giorno dal cielo sopra la città arrivò una nave di ambra che approdò davanti la casa di una coppia di contadini, appena fuori le mura.

Dentro questa nave c’era un bambino che aveva disegnata una spiraletta sul petto. I due contadini, una giovane donna paziente e un uomo robusto e sereno, lo presero con loro come figlio.

Crebbe  facendo anche lui il contadino, ma diventato giovane capì che era più saggio del padre e della madre ma, non senza motivo.

Un giorno, mentre zappava, vide dell’ambra affiorare da un solco e,  scavando scavando, portò alla luce la nave.

Dentro c’era la vela piegata. Allora il giovane saggio la portò alla madre e disse:

“Madre, facci una veste!”

 La veste fu pronta, il giovane saggio la indossò e avvertì:

 “Padre, Madre! E’ tempo che io vada in città!”

Prima di arrivare alla città il giovane saggio si dissetò nei pressi di una fonte e poi, dopo essersi asciugato il viso, si rivolse verso le nuvole, aprì le braccia e le gambe e spiegò la sua veste fatta con la stoffa presa sulla nave. Ad un certo punto il cielo, riconoscendo la vela, fece venire giù tutti  i venti sotto forma di mulinelli, i quali, si misero a danzare intorno a lui e a salutarlo, dopodiché  s’ infilarono dentro le maniche, aspettando di essere comandati. Ora il saggio era pronto ad entrare in città. Arrivò e bussò alle sue porte. Uscì una guardia con la lancia e disse:

”Chi sei tu e cosa vuoi?” 

“Sono figlio di due contadini che vivono fuori dalla città e vorrei avere udienza dal Re.” 

 A queste parole, la guardia puntò la lancia sulla gola del Saggio e disse: 

 “Cosa vuoi?! Udienza dal Re?! Tornatene a zappare!”.

Allora il Saggio allungò un braccio e dalla manica uscì un mulinello di vento che avvolse la lancia, allontanandola, e  tornando indietro prese in pieno petto la guardia, scaraventandola sopra la porta della città, aprendola completamente.  La guardia cadde a terra ed il mulinello la rialzò lentamente e poi ritornò dentro la manica del Saggio. L’uomo nell’armatura di metallo si mise in ginocchio e disse:

“Bentornato, ti stavamo aspettando, perdonami ma non ti avevo riconosciuto.”

e, levandosi l’armatura, si mise a disposizione del Saggio che gli disse:

“Portami nella strada più desolata della città.” 

 e la guardia divenuta ormai sua discepola, così fece. Arrivati davanti alla strada che portava al Tempio, gli indicò:

 “Ecco, questa è la strada più desolata della città”.

Il Saggio s’incamminò verso il Tempio e quando fu a metà tragitto tra il Tempio e l’ingresso della strada fece uscire due venti giganti a forma di mano. Una andò verso la strada ripulendola,  e l’altra andò verso il Tempio circondandolo: lo scosse! Le porte e le finestre si aprirono sbattendo sopra le pietre dei muri, il vento si arrampicò soffiando sopra tutte le colonne, sopra il pavimento, sopra le mura, spazzando via tutte le sporcizie accumulatesi nei secoli. Poi rallentò, rivolgendosi verso l’altare, si divise in due parti: una si intrecciò in una colonna con tanto di capitello e l’altra prese da terra la vecchia  lampada spenta che posò proprio sopra la colonna e che con un piccolo lampetto, accese. E fu così che sulla lampada dello spirito della città tornò la luce.

La notte calò.

I cittadini increduli videro tutti il bagliore luminoso che veniva da dentro il Tempio ma poi capito che era vero, esultarono:

 “E’ tornato, è tornato! Lo spirito della città è tornato!”

Ognuno corse verso la propria casa per prendere la lampada spenta del proprio spirito, ma ci misero un po’ di tempo  prima di trovarla perché tutti l’avevano lasciata nella parte più abbandonata della casa.

A poco a poco, uno dopo l’altro  andarono ad accenderla al Tempio.

Mentre si stava alzando un coro di ringraziamento, il Re disse:

 “Saggio, ora che il mio popolo, dal più ricco al più povero, ha la propria lampada accesa, posso accendere la mia.”

Ed arrivò la nave di ambra che facendosi piccola piccola, approdò sulle mani del Re. Così il Re entrò nel Tempio  accese la propria lampada d’ambra e l’alba spuntò.

La città stava cambiando: i carri che giravano sulle strade erano sempre di meno, la gente che correva iniziò a rallentare ed a guardarsi intorno. Un vento nuovo soffiava per tutte le strade, ripulendole dal sudiciume lasciato dall’olio fetido. Il Saggio andò in mezzo alla folla e si unì alla madre ed al padre e disse a tutti: “Lascio il Tempio in custodia al mio discepolo, noi torniamo da dove siamo venuti” . I tre tornarono nella propria casa a fare i contadini, lasciando la città con lo spirito di quando fu fondata.

Morale: non ci può essere luce là dove non la si porta


Racconto di: Andrea Liberati e Pietro Fiandra


L’illusione: il grande architetto

In questo video estratto dal film di Bernardo Bertolucci il mondo dell’ illusione (Mara) viene sottomesso dal Buddha. L’illusione della forma  affascina l’uomo e lo incatena con le passioni.

Ma l’uomo è più forte quando la sua coscienza scopre come è legato dall’ illusione.


Adesso in Sabina

LOCANDINA RASSEGNA


CORSO NON PROFESSIONALE

INIZIO DEL CORSO GENNAIO 2015: PER I PRIMI ISCRITTI E’ A DISPOSIZIONE UN PREMIO DI RIDUZIONE DELL’ IMPORTO D’ ISCRIZIONE AL CORSO: PROMOZIONE VALIDA FINO AL 15 NOVEMBRE 2014

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ONIRICO

“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni …”AF75TDGIV
William Shakespeare

 Il poeta inglese Edward Young ci confida “Fabbrica troppo in basso chi fabbrica al di sotto delle stelle.”

L’anima umana coltiva una passione per la bellezza dell’ eccelso, del sacro, del giusto e, dentro le parole di Young e Shakespeare, queste qualità mi sbirciano eloquenti. Allora mi chiedo: il sogno ma che “roba” è?

La vita nella quale sono immerso nulla può garantirsi una sopravvivenza, breve o lunga che sia, senza avere il requisito di utilità. Allora anche il sogno serve, ha una funzione, un fine. E’ una cosa concreta, agisce sulla psiche, sull’ umore, sulla longevità della speranza, sull’ approviggionamento dell’energia e della voglia di fare, di realizzare: “Se puoi sognarlo puoi farlo!” diceva Walt Disney.

“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni …”, allora il sogno mi riguarda.

L’aria c’è, mi sostiene con la vita eppure non la posso acchiappare con le mani, ma non per questo la ignoro. Non posso anche volendo: morirei soffocato.

Così gli ho dato fiducia e il sogno mi sostenuto nel percorso di ciò che per me è importante. Certo, mi ricordo sempre di mettere un po’ di sale nella testa altrimenti l’aria mi porterebbe chi sa dove, ma senza, le mie vele sarebbero rimaste flaccide ed io sarei rimasto fermo. Il sogno per me è come l’altra metà: va amata.

Fino ad un certo punto della mia vita mi posso paragonare come a quella persona che è vissuto nella precarietà senza sapere che da lì a poco sarebbe arrivata l’eredità di un parente sconosciuto. Il sogno è un patrimonio per una persona come per un attore può esserlo il suggeritore: a volte determinante.

Mi piace il sogno.

“… ho coltivato la mia anima come un giardino d’amore, custodendo la terra soffice dei sogni per aiutare il germogliare dei semi della vita … ”


IL LUPO E IL CANE

Un Lupo già ridotto al lumicino grazie ai cani che stavan sempre all’erta, andando un dì per una via deserta incontrava un magnifico mastino, tanto grasso, tondo e bello, che pensò di dargli morte provocandolo in duello.

250px-Grandville_leLoup_Et_Le_ChienMa vedendolo un po’ forte, pensò invece con ragione di pigliarlo colle buone. Comincia in prima a rallegrarsi tanto di vedere il buon pro’ che gli fa il pane.

– E chi vi toglie, – rispondeva il Cane, – di fare, se vi accomoda, altrettanto? Quella vita che voi fate dentro ai boschi è vita infame sempre in guerra e sempre in scrupolo di dover morir di fame: vita stracciata e senza conclusione che non può mai contar sopra il boccone. Venite dietro a me, mio buon compare, che imparerete l’arte di star bene. Vi prometto pochissimo da fare; star di guardia, guardar chi va, chi viene, abbaiare ai pitocchi ed alla luna e sbasoffiare poi certi bocconi di carne e d’ossa, d’anitre e capponi, senza contar la broda in pagamento del menar la coda -.

Udendo questo, della sua fortuna il Lupo si rallegra fino al pianto. Ma camminando dell’amico accanto gli venne visto spelacchiato e frollo del buon mastino il collo.
– Che roba è questa? – È nulla. – È nulla un corno! – Suvvia non darti pena, forse il segno sarà della catena alla quale mi legano di giorno.
– Ti legano? – esclamò cangiando tono. – Né correre tu puoi dove ti piace? – Che importa? – Importa a me, colla tua pace; fossero d’oro, i piatti tuoi ti dono, non è una vita, no, che m’innamora -. E presa la rincorsa, corre ancora.

Jean de La Fontaine


SENTI QUESTA_6

DA FACEBOOK:

Senti questa6


LA SPINTA

Scaccola

Volevo star meglio di come vivevo.

Mi lamentavo ma niente facevo:

Era d’agosto … osservarmi per migliorarmi?

Che caldo!

Allora rimandai all’inverno …

Madonna, che freddo!

Letizia mi suggerì: “a maggio!”

Ed io: “C’è Biaggio!” (e nel fienile quando sei in compagnia … meglio Biaggio.” – Genesi 24 )

“E allora d’autunno?” Risoluta mi disse Letizia. E mi spinse di cuore l’amica!

Così caddi matura dall’albero

sulla terra imbrunita …

Crakkete! …

Finalmente mi guardai confortandomi teneramente: “Di fuori io appaio una bionda, ma dentro non sapevo di essere rossa …

oddio che male alle ossa! … ”


GIOVANNA

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Amore caro, il lato destro del corpo lo sentivo appesantito. Quasi camminavo zoppicando. Eppure male non ne avevo. Guardo verso la tasca destra dei calzoni: gonfia come una tetta di mucca. Infilo la mano  tesa dentro  lo spacco  tipo “spiccio nella feritoia del parchimetro” e ne cavo fuori una grande palla di metallo: il mio mazzo di chiavi: “Ma che roba! Alla faccia del mazzo! Tiè guarda che dimensione! E’ una palla di cannone!  Ma perché non ti decidi a buttare le chiavi che non usi più” mi sono detta. Ma dal taschino sinistro della camicia che indossavo è uscita un’ altra me in miniatura, vestita da  Giovanna cavaliere medioevale: “Villana! Villica e grossolana! Ecco cosa siete, rozza e bestiale! Non vorrete liberarvi di quelle chiavi che conservano il ricordo dei luoghi che hanno serrato e aperto proteggendo il vostro mondo dall’ ignoto! La vostra ingratitudine è superata solo dalla vostra codardìa! Addio” Pof! Ed è sparita la Giovanna cavaliere del taschino.

Le sue accuse prima mi hanno provocato  le grinze nello stomaco, e poi mi hanno fatto pesare bene quel malloppo di chiavi di metallo. Chiavi lunghe, corte, una piccolissima con un dentino solo, alcune colorate, altre ancora  sbiadite e smussate in punte rotonde. Tutte con numeri o lettere in altorilievo e attaccate ad un anello di metallo che come tutti gli anelli delle promesse sacre, tiene insieme ciò che era separato. Soglie unite in un unico percorso di ingressi e distacchi da affetti e stagioni di vita. Porte serrate per non tornare. Persone alla porta che attendono un ritorno …

E già. Se fossi tornato amore mio per noi, avresti potuto aprire e vedere, tutto quello che, dal giorno della tua partenza ti eri perduto: suoni, immagini, clamori. Avresti potuto recuperare visitando con me quei  luoghi e quelle storie che ti eri perduto.  Ma tu non sei tornato indietro. Sei andato avanti. Hai fatto bene.

Adesso “ti raggiungo”. Ho buttato le chiavi che non aprono più. Sciocco amore mio, ora ti lascio anch’io …

Giovanna


UN PARERE

“…ogni vivo contatto tra te e la materia lavorata è interrotto …”

 catena di montaggio

SULLA COSCIENZA

Un’ affermazione di R.A. Schwaller De Lubicz

(…) “Se ti si dicesse che la civiltà meccanizzata ottunde l’anima, questa sarebbe una affermazione senza significato pratico. Al contrario, se ti dico che la civiltà meccanizzata ottunde e addirittura uccide la coscienza comprenderai questa asserzione: se tra te e l’oggetto del tuo lavoro frapponi uno strumento automatico che elimina la tua volontà, e soprattutto la tua sensibilità, ogni vivo contatto tra te e la materia lavorata è interrotto. L’artigiano non “sente” e non comprende più il legno, il cuoio, il metallo … la sua opera è inanimata, non può emanare né irradiare alcuna vita, non avendone ricevuta. Devi allora ricorrere ad analisi, a studi statistici sulle qualità del materiale lasciato in balìa dell’ automatismo della macchina, poiché hai steso un velo tra te e la cosa. La cosa quindi sussiste, ma tu, essere vivente e cosciente, perdi la vita soffocando la tua coscienza.” (…)

artiginato

 


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